Legislazione archivistica: gli anni ’70

Passaggio di competenze dallo Stato alle Regioni

Con il D.P.R. 14 gennaio 1972, n. 3, le funzioni amministrative degli organi centrali e periferici dello Stato in materia di musei e biblioteche di enti locali sono trasferite alle regioni. Il passaggio riguarda le funzioni concernenti

la istituzione, l’ordinamento ed il funzionamento dei musei e delle  biblioteche di enti locali o di interesse locale, ivi comprese le biblioteche popolari ed i centri di pubblica lettura istituiti o gestiti da enti locali e gli archivi storici a questi affidati;

Viene quindi messo in pratica l’art. 117 della Costituzione che elencava le materie su cui le regioni potevano emettere norme, tra le quali c’erano anche i musei e le biblioteche di enti locali.

1975 – Ministero dei beni culturali e ambientali: l’originale

La più grande riforma degli anni ’70 in materia di beni culturali è senza dubbio l’istituzione di un apposito ministero; grazie all’intervento di Giovanni Spadolini, con decreto legge 14 dicembre 1974, n. 657 e successiva conversione in legge (L. 29 gennaio 1975, n. 5), nasce il Ministero dei beni culturali e ambientali. Le ragioni che portarono a questa scelta sono riportate nel preambolo

Ritenuta la necessità e l’urgenza di affidare unitariamente alla specifica competenza di un Ministero appositamente costituito la gestione del patrimonio culturale e dell’ambiente al fine di assicurare  l’organica tutela di interessi di estrema rilevanza sul piano interno e internazionale;

Al nuovo ministero sono devolute:

  • le attribuzioni spettanti al Ministero della pubblica istruzione per le antichità e belle arti, per le accademie e le biblioteche e la diffusione della cultura, nonché quelle concernenti la sicurezza del patrimonio culturale;
  • le attribuzioni spettanti alla Presidenza del Consiglio dei Ministri relative ai servizi della discoteca di Stato e dell’editoria;
  • le attribuzioni spettanti al Ministero dell’interno in materia di archivi di Stato, salvo quelle relative agli atti considerati come eccezione alla consultabilità dall’articolo 21 del D.P.R. 30 settembre 1963, n. 1409.

Una volta decretato il passaggio occorreva stabilire il ruolo che da quel momento in poi avrebbe avuto il Ministero dell’interno in materia di archivi. Così viene emanato il D.P.R. 30 dicembre 1975, n. 854 con cui si stabilisce che è compito del Ministero dell’interno vigilare sui documenti  che costituiscono eccezione alla consultabilità ai sensi dell’art. 21 del D.P.R. 30 settembre 1963, n. 1409 e autorizzarne la consultazione, in quest’ultimo caso il ministero può avvalersi del parere del comitato di settore per i beni archivistici (v. sotto), in relazione al valore storico-culturale dei documenti richiesti in consultazione. Per questo scopo viene istituito l’Ispettorato centrale per i servizi archivistici, diretto da un prefetto. La vigilanza sugli archivi veniva, invece, esercitata tramite la presenza di un funzionario del Ministero dell’interno nelle Commissioni di sorveglianza. Inoltre devono passare sotto il controllo del Ministero dell’interno gli inventari e le proposte di scarto consegnate alle soprintendenze al fine di verificare l’eventuale presenza di documenti non ammessi alla libera consultabilità.

È interessante notare che l’attribuzione delle funzioni spettanti al Ministero dell’interno in materia di archivi di Stato, assente nel decreto legge, è stata inserita solo in fase di conversione in legge. A cento anni di distanza dalla Commissione Cibrario, il problema delle competenze è stato risolto: gli archivi sono riconosciuti come beni culturali. Forse, dopo quarantanni, è il tempo di trarre le somme e analizzare quanto questo passaggio abbia influito sul valore pratico che gli archivi hanno per lo Stato e per la democrazia (una riflessione recente sull’argomento è stata elaborata da Federico Valacchi, che ha proposto una Cibrario 2.0).

Consiglio nazionale per i beni culturali

Nel 1975 i tre consigli superiori (per le antichità e belle arti, per le accademie e le biblioteche, per gli archivi) furono riuniti in un unico Consiglio nazionale per i beni culturali, composto da 90 membri appartenenti alle amministrazioni dello Stato, alle regioni, alle università e, chiaramente, al ministero stesso, che aveva il compito di:

  • pronunciarsi, per la tutela degli interessi concernenti i beni culturali e ambientali;
  • esprimere parere sui programmi nazionali per i beni culturali e ambientali predisposti dall’amministrazione;
  • verificare i rapporti annuali di attività e di attuazione dei programmi predisposti dagli uffici istituti centrali;
  • esprimere pareri, a richiesta del Ministro, su schemi di atti normativi e amministrativi generali;
  • esprimere pareri sulle questioni di carattere generale relative ai beni culturali e ambientali.

Il Consiglio si suddivideva in Comitati di settore: tre per le antichità e belle arti, uno per le biblioteche e uno per gli archivi.

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