Su attestazioni, certificazioni e altre future sventure degli archivisti

Attestazioni e certificazioni nella normativa

Secondo l’art. 7 della legge n.4/2013, le professioni non organizzate possono rilasciare ai propri iscritti un’attestazione relativa:

  1. alla regolare iscrizione del professionista all’associazione;
  2. ai requisiti necessari alla partecipazione all’associazione stessa;
  3. agli standard qualitativi e di qualificazione professionale degli iscritti;
  4. alle garanzie fornite dall’associazione all’utente, tra cui l’attivazione di uno sportello di riferimento per il cittadino consumatore;
  5. all’eventuale possesso della polizza assicurativa per la responsabilità professionale stipulata dal professionista;
  6. all’eventuale possesso da parte del professionista iscritto di una certificazione, rilasciata da un organismo accreditato, relativa alla conformità alla norma tecnica UNI.

La legge subito dopo si affretta a precisare che le attestazioni “non rappresentano requisito necessario per l’esercizio dell’attività professionale”. Ci mancherebbe! Mi viene da commentare, ma rimando le osservazioni a dopo.

Esiste poi uno stadio successivo, quello della certificazione di conformità alle norme tecniche UNI. La commissione sulla “Qualificazione delle professioni per il trattamento di dati e documenti”, istituita dall’UNI per definire i requisiti della professione archivistica in conformità all’EQF (Quadro Europeo delle Qualifiche), ha elaborato 10 funzioni principali dell’archivista, basati su tre compiti fondamentali: governare gli archivi, comunicare gli archivi, dirigere e amministrare. [magari torneremo in futuro su questo argomento, affrontato dalla Carucci nel recente convegno di Ancona organizzato dall’ANAI]

In merito alla norma UNI, le associazioni collaborano all’elaborazione della normativa tecnica e possono costituire organismi di certificazione della conformità a tale norma (Legge n.4/2013, art. 9, comma 1).

In definitiva, le associazioni possono rilasciare:

  • attestati,
  • certificati di conformità alla norma UNI.

Attestazioni e certificazioni in pratica

Proprio in base alla normativa che abbiamo appena analizzato l’ANAI ha deciso di intraprendere la strada delle attestazioni e dei certificati, sulla scia dell’AIB e dell’ANORC.

Dal “Regolamento di iscrizione e delle attestazioni professionali”, scopriamo che le attestazioni rilasciate dall’ANAI sono di cinque tipi:

  1. attestazione di iscrizione (art. 8);
  2. attestazione del possesso dei requisiti di iscrizione (art. 9);
  3. attestazione di qualità professionale (art. 10);
  4. attestazione di garanzia dell’Associazione (art. 11);
  5. attestazione di assicurazione per la responsabilità professionale (art. 12).

Non scendo nei dettagli, basta leggere il regolamento per capire i vari livelli di attestazione e la loro validità. Mi soffermo, invece sull’attestazione di qualità professionale che mi sembra la più complessa e la più interessante.

L’attestazione di qualità professionale comprende i due livelli di attestazione che la precedono (sinceramente non so se questo processo di assimilazione avviene anche per la 4 e la 5) e serve a certificare:

  • il possesso dei titoli di studio, di formazione e delle esperienze professionali svolte;
  • il rispetto del codice deontologico;
  • attività svolte nell’ultimo triennio;
  • attività di formazione e aggiornamento professionale;
  • presenza o assenza di sanzioni disciplinari;
  • eventuale possesso della polizza assicurativa RC professionale;
  • periodo di validità dell’attestazione.

Per rilasciare questo attestato, vengono esaminati: titoli, aggiornamenti e attività professionali. In base al punteggio finale si ottiene un attestato di I, II o III livello (base, avanzato e specialista). Va da sé che il mancato pagamento della quota annuale di iscrizione all’associazione, pur non invalidando l’attestato, implichi la non pubblicazione dell’attestazione nel Registro delle Attestazioni.

Il giudizio di basa su griglie di valutazione, molto discusse dai soci prima della loro pubblicazione: il gruppo juniores ha “combattuto” molto per eliminare il criterio di anzianità, ad esempio (tanto per precisare che non sono griglie calate dall’alto).

Consiglio di analizzare le griglie, che sono chiare e precise: ad ogni titolo di studio è associato un punteggio; risulta più complessa la valutazione dell’attività professionale (chi ci ha lavorato avrà perso la testa!). Quello che trovo interessante, dal mio punto di vista, è la sezione della formazione permanente, ancora da elaborare: certo, è un mercato di corsi e tirocini che deve essere ancora avviato.

Così l’Associazione Nazionale degli Archivisti Italiani ha deciso di rispondere alle direttive europee: perché in fondo è l’Europa che ce lo chiede. Manca all’appello il rilascio della certificazione di conformità alla norma UNI, che l’associazione non ha – per ora – proposto ai suoi soci.

Ma l’ANAI è solo la prima delle associazioni di archivisti che si prepara ad elargire attestazioni e certificati, probabilmente ce ne saranno altre. Per la nostra professione è una nuova via, ma a cosa ci condurrà? Solo il tempo potrà rispondere a questa domanda.

Amare considerazioni

A questo punto voglio riportare un testo che ho elaborato con le mie colleghe della Scuola di APD. Personali e malinconiche considerazioni in merito al tema delle attestazioni, che abbiamo voluto condividere con voi.

A che cosa serve un’attestazione che dice che sono un’archivista se ho già una laurea specialistica o un Diploma di Scuola di APD che mi qualifica come tale? Invece di professionalizzare i titoli con corsi di base aggiornati, che forniscano competenze adeguate alle esigenze del settore, si aggiunge un’inutile dispendiosa zavorra.

A parte creare posti di lavoro per archivisti attualmente disoccupati che verranno chiamati a tenere corsi per una nuova generazione di archivisti di fatto obbligati ad “attestarsi”, qual’è il beneficio pratico?

Confrontandoci con i nostri colleghi e le nostre colleghe ci siamo spesso sentite dire “gli altri lo fanno” in riferimento a professioni ordinistiche, ma non ci sembra che l’ANAI abbia parlato della creazione di un ordine professionale (grazie a dio!), bensì di attestati (di vario livello) e di eventuali certificazioni.

Invece di elaborare nuovi scenari lavorativi, prendiamo in prestito dalle altre professioni uno schema che si è rivelato fallimentare, dove l’attestazione da soluzione diventa problema.

Prendendo ispirazione da altre professioni (insegnamento dell’italiano agli stranieri, tanto per citarne una), proviamo a delineare un possibile scenario: archivisti imprigionati nelle dinamiche di una malsana competizione, spinti a misurarsi non su la qualità del loro lavoro e delle loro competenze ma sulla quantità di corsi e attestati che riescono ad ottenere.

Chiaramente speriamo di sbagliarci, ma lo sapremo solo tra 10 anni.

Vogliamo chiudere con un appello ai nuovi archivisti: per ottenere una “tutela” oggi, non si rischia di rimanere imprigionati domani?

Un pensiero riguardo “Su attestazioni, certificazioni e altre future sventure degli archivisti

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...