“E allora le Foibe???” Osservazioni sul vittimismo italiano

Si è scritto e detto tanto sulle foibe, ma solo uno sguardo esterno poteva evidenziare la patologia della ‘memoria comoda’ italiana. Riporto qui l’osservazione più oggettiva, più scientifica, più utile che sia mai stata fatta sul rapporto dell’Italia con la sua storia. Da “Stragi naziste in Italia” di Lutz Klinkhammer.

[…] Soprattutto il confronto non deve essere utilizzato per una minimizzazione indiretta, che si esprime in banalità quali «la guerra era dura per tutti, tutti ne hanno sofferto». Per impedire che il confronto conduca alla minimizzazione, ci si deve rendere conto soprattutto delle categorie utilizzate nel confronto. Un esempio può illustrare quanto detto. Avendo pubblicato in Germania un articolo sul caso Priebke, sono stato chiamato dal redattore di un giornale italiano, politicamente orientato a sinistra, e richiesto del mio giudizio sulle «foibe». In un primo momento sono rimasto sbalordito, perché questa domanda era la dimostrazione migliore della mia ipotesi, secondo cui nell’opinione pubblica italiana c’è stato un meccanismo di rimozione che ha comportato la messa in ombra dei crimini commessi da appartenenti allo stato italiano prima dell’8 settembre 1943. Alla mia risposta, che sarebbe più indicato confrontare l’eccidio delle Fosse Ardeatine con gli eventi di Debrà Libanòs, il mio interlocutore ha fatto capire di non aver mai sentito parlare del massacro di più di 400 monaci copti compiuto dalla forza d’occupazione italiana in Etiopia nel 1937: un’altra dimostrazione del meccanismo di «vittimizzazione» che ha dominato la memoria collettiva italiana del dopoguerra, fino ad oggi.

Infatti, cosa implica un paragone tra le Fosse Ardeatine e le foibe? Introdurre il tema delle foibe significa naturalmente chiedersi chi siano state le «vere» vittime della guerra civile del 1943-45: vale a dire, se anche la destra possa fare riferimento alle sue vittime (del comunismo) con altrettanta giustificazione della sinistra con le vittime causate dal nazismo e dal fascismo di Salò.

Da un punto di vista strutturale, un confronto con Debrà Libanòs sarebbe molto più ovvio. A questo punto è necessario ricapitolare brevemente gli avvenimenti: il 19 febbraio del 1937 vi fu un attentato a Graziani nel palazzo imperiale di Addis Abeba. Le successive violenze (saccheggi e uccisione di indigeni) da parte di appartenenti alla forza di occupazione italiana durarono tre giorni. Oraziani supponeva che le bombe per l’attentato fossero state prodotte nel monastero di Debrà Libanòs e che i cospiratori vi avessero trovato rifugio. Era vero solo in parte. La moglie di uno dei due attentatori eritrei si era nascosta nel monastero, ma non v’era stato alcun collegamento tra i monaci e gli attentatori. Malgrado ciò Graziani diede ordine al generale Maletti di fucilare tutti i monaci come punizione per la cosiddetta cospirazione (che poteva essere l’occasione per assassinare dei membri dell’intellighenzia etiopica).

Scrive Nicla Buonasorte in «Studi Piacentini»:

il solo sospetto della partecipazione ai fatti di Addis Abeba bastò per scatenare la furia dei militari contro il convento. Non vennero fatte distinzioni di persone né indagini più approfondite, ma si legittimò il massacro in base al principio di responsabilità collettiva. Oraziani […] affermava di desiderare al più presto l’eliminazione di questi ribelli. Rincarando la dose, precisava che era necessario effettuare «repressioni inesorabili su tutte le popolazioni colpevoli se non di connivenza almeno di mancata reazione». Un documento falso fu considerato la prova tangibile della partecipazione della comunità monastica all’attentato di Addis Abeba e su questa base Graziani impartì al generale Maletti l’ordine di fucilare tutti i monaci: nelle sue parole si trattava di «sistemare detto convento, covo di assassini, briganti e monaci assolutamente a noi avversi (indipendentemente dal fatto specifico)».
Il 19 maggio, Maletti arrivò nel monastero con truppe adeguate e fece portare via i monaci. Quelli che si rifiutarono furono fucilati sul posto, gli altri furono condotti via su camion e assassinati a poca distanza dal monastero. Furono uccisi 297 monaci, e 23 laici. Solo i diaconi furono esclusi a causa della loro giovane età e portati nel monastero di Debrà Berhan. Ma sei giorni dopo furono fucilati anche 129 di questi diaconi. Nell’agosto, infine, Graziani dispose di internare tutti i familiari dei monaci in un campo di concentramento. I monaci sopravvissuti vennero deportati nel campo di concentramento di Danane in Somalia. Nuove ricerche parlano addirittura di 1200 vittime.

Le similitudini nel modo di procedere delle forze d’occupazione, tedesca e italiana, nei casi delle esecuzioni delle Fosse Àrdeatine e di Debrà Libanòs sono molte. Il comportamento degli italiani a Debrà Libanòs può inoltre essere paragonato a quello adoperato dai nazisti nei confronti degli abitanti del paese ceco di Lidice, in Boemia, che il 10 giugno 1942 fu raso al suolo dagli occupanti tedeschi per vendicare l’attentato subito da Reinhard Heydnch. I tedeschi non avevano la minima prova che gli abitanti del paese avessero aiutato i paracadutisti cechi nella preparazione dell’attentato a Heydrich. Ciononostante la popolazione fu accusata di complicità e la distruzione del paese fu definita «rappresaglia». Le 95 case del paese furono completamente distrutte dal fuoco, i 199 abitanti maschi (di età superiore ai quindici anni) uccisi immediatamente, 184 donne deportate nel campo di concentramento di Ravensbrùck, 7 donne invece furono portate nel carcere di Theresienstadt, 4 donne incinte nell’ospedale di Praga, 88 bambini deportati a Lodz per finire poi in campi di concentramento.

La somiglianzà strutturale risiede nel fatto che si trattava in entrambi casi di una rappresaglia, ordinata dall’alto, cioè dalla forza occupante militare all’estero, come vendetta per un attentato con motivazioni politiche compiuto contro un rappresentante della forza d’occupazione, eseguita da militari della stessa forza contro avversati politici, reali o presunti, in forma di esecuzioni di massa o di deportazioni. La differenza sta nel fatto che l’attentato a Heydrich aveva raggiunto il suo scopo, mentre l’attentato a Graziani no.

L’elemento che consente di stabilire un paragone tra i due eccidi è dato dal comportamento degli esecutori. Con un confronto di questo tipo, però, si rimanda non più alla prospettiva delle vittime, ma a una prospettiva, quella degli autori, che nell’opinione pubblica italiana è stata in larga misura rimossa. Gli esempi di terrore italiano nei territori occupati o annessi tra il 1935 e il 1943 non trovano spazio nella memoria collettiva, fin troppo selettiva, di gran parte dell’opinione pubblica italiana, che con l’8 settembre 1943, e con l’occupazione tedesca, ha potuto scambiare il proprio ruolo di artefice della storia con quello, passivo della vittima. Una rimozione che a mio avviso ha avuto vaste conseguenze nell’interpretazione degli eccidi nazisti in Italia.

Nella spiegazione dei massacri, infatti, si è fatto ricorso quasi sempre a uno di questi due modelli interpretativi: o il massacro è apparso privo di ogni senso, come l’apice di un terrore fine a se stesso e gli eventi venivano valutati come al di fuori di ogni esperienza umana. Oppure, alternativamente, il massacro è stato interpretato come esempio di una perfidia specificamente tedesca tesa a colpire quella comunità a causa del suo atteggiamento antinazista. In ambedue gli approcci interpretativi si è in larga misura rinunciato a collocare gli eventi all’interno del contesto del dominio dell’occupazione. Il contesto è stato sostituito dalla sequenza cronologica (giorno per giorno, mese per mese) delle più diverse azioni omicide. La rinuncia al contesto è accompagnata quasi sempre da un impiego della categoria del «diabolico» come modello interpretativo: con ciò gli eventi vengono valutati al di fuori di ogni esperienza umana. Così Ricciotti Lazzero parla di un «atteggiamento diabolico» del Terzo Reich nello sfruttamento dell’Italia occupata.

Ma quale spessore euristico ha una spiegazione di questo tipo? E come dovrebbero essere valutati il massacro di Debrà Libanòs, l’uso di gas nella guerra d’Etiopia o gli episodi (qui di seguito riportati) avvenuti in Slovenia sotto l’occupazione italiana che Brunello Mantelli ha recentemente ricostruito sulla base di fonti?

Il 14 luglio 1942 l’Alto Commissario della provincia slovena di Lubiana, annessa al Regno d’Italia dopo lo smembramento della Iugoslavia, annuncia l’avvenuta fucilazione, da parte del Regio Esercito, di trentadue civili sloveni, definiti «noti comunisti», per rappresaglia in seguito ad attentati della Resistenza slovena contro due collaborazionisti locali. Gli ostaggi, si dice, sono stati rastrellati nelle loro case alcune ore dopo l’azione partigiana, e poi fucilati «per dare un esempio» […]. Il 3 settembre 1942, è ancora Grazioli, l’Alto Commissionario di Lubiana, a comunicare che il giorno precedente un reparto di Camice Nere ha perquisito la fabbrica Saturnus, considerata «covo di comunisti»; l’unico risultato dell’operazione è stata la scoperta di una copia del giornale clandestino «Delo», del Partito comunista jugoslavo, nella borsetta di un’impiegata, una ragazza di vent’anni. Virilmente, le Camice Nere la fucilano subito nel cortile dell’azienda di fronte ai suoi compagni di lavoro obbligati ad assistere allo «spettacolo». Grazioli informa i suoi superiori di Roma che l’ufficiale comandante il reparto della Milizia è stato proposto per un encomio solenne…

Recentemente Tone Ferenc, in una sua pubblicazione intitolata La provincia italiana di Lubiana, ha dimostrato che simili eventi non hanno rappresentato episodi isolati. Un abitante di Vallucciole sopravvissuto al massacro locale, a Francesca Cappelletto e Paola Calamandrei che lo hanno intervistato, ha detto: «In Montenegro […] accadevano le stesse cose».

Il ricordo di simili eventi nei Balcani, che deve certo appartenere un gran numero di memorie individuali, è stato del tutto messo in ombra nella memoria collettiva del dopoguerra, e sostituito dall’ampliamento della memoria della guerra partigiana contro i nazisti in Italia. Visto che il ricordo della guerra partigiana nell’ultimo decennio ha perso parte della capacità di unificazione nel discorso culturale dominante, ora minaccia di prenderne il posto un oblio o una rimozione «postfascista». Si rischia che una vittimizzazione equiparatoria diventi la nuova religione civile dell’Italia «postfascista».

Negli ultimi tempi spesso si tenta di estendere la vittimizzazione agli ex fascisti, come mezzo per superare la contrapposizione, da molti ritenuta anacronistica, tra «antifascisti» e «fascisti». Questo adattamento, operato all’insegna della «riconciliazione», funziona però solo attraverso il totale offuscamento del ricordo degli artefici.

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