Ma cosa bisogna fare per lavorare in questo paese???

Ieri ho ricevuto un messaggio; non conosco personalmente chi me lo ha inviato e proprio per questo è stato un onore per me riceverlo. Oggi voglio condividere con voi questa storia.

Buongiorno Martina, volevo renderti partecipe delle mie sventure in questo mondo di archivi e biblioteche..laureata 8 anni fa in beni archivistici e librari…un master in catalogazione ed un anno fa esatto in gestione degli archivi presso l’università di macerata…per fartela in breve ho sempre lavorato in biblioteche con contratti a progetto, ora sono ferma da 4 anni nel settore…praticamente sono uscita fuori da tutto quel sistema in cui ci sono pochi polli e chiamano sempre te….praticamente io sono andata nel dimenticatoio, vuoi perché non sono stata più contattata da nessuno eppure il mio lavoro lo faccio con dedizione e scrupolosità e soprattutto con passione…vuoi perché la forte disoccupazione mi ha portato ad arrangiarmi e a fare altri lavori…ebbene ora a 32 anni mi ritrovo totalmente disoccupata e disorientata…ho abbandonato il mio sogno di bibliotecaria, perché non c’è possibilità alcuna, partecipo a quei bandi più disparati, ma la maggior parte ti chiede la residenza e domicilio sul posto, e quelli che trovo io ovviamente tutti fuori dalla Campania…quindi tu al posto mio non saresti arrabbiata, scocciata e demoralizzata???? come posso io ripartire da un settore che mi piace così tanto, se intorno a me non ci sono possibilità neppure di fare esperienza pur senza essere pagata???? ti ringrazio dell’ascolto, ma avevo bisogno di riportare i miei dispiaceri ad una persona del settore…buon lavoro e buona giornata innevata

Quando ho letto questo messaggio ho pensato alla mia storia e alle tante sentite nel corso di questi anni. Non è la storia di qualcuno, è la storia di tutti: dei tanti laureati disoccupati, precari e libero professionisti che popolano questo paese.

Quello che mi colpisce ogni volta che ascolto o leggo una di queste storie è la passione per la propria professione che, nonostante tutto, permane. Quei puntini di sospensione (quasi una reticenza, un dubbio, la paura di aver fatto male o non aver fatto abbastanza), quei punti interrogativi (che non è uno, isolato e deciso, ma sono quattro, ripetuti, metaforici, a rappresentare la resistenza a una realtà che non si riesce ad accettare) e lo sfogo, l’amarezza, uniti a tanta passione ed energia… quante volte ho sentito questi elementi fondersi nei miei discorsi e in quelli dei miei colleghi e delle mie colleghe!

Ma non volevo scendere in toni troppo intimistici, ho pubblicato questo messaggio per fare alcune considerazioni oggettive: possibile che con una laurea specialistica, tre master, numerosi corsi di specializzazione e due anni di volontariato non si riesca a lavorare in questo paese? [aggiungo dettagli perché poi con l’autrice del massaggio ho intrapreso una conversazione più dettagliata sulla sua esperienza formativa e lavorativa]

Lasciamo da parte i sogni, le speranze, gli ideali… facciamo i pragmatici, facciamoci un po’ di conti in tasca:

  • 5 ANNI DI UNIVERSITÀ (3+2). Facendo una media delle rette universitarie italiane otteniamo circa 2.000€ all’anno, alle quali vanno aggiunte 800€ al mese se sei fuori sede, 50€ di libri ad esame (spesa che verrà calcolata considerando che si devono sostenere circa 10 esami all’anno, che non sei molto interessato alla materia e ti limiti ai libri base o che frequenti molto la biblioteca e che studi su libri fotocopiati), 20€ a settimana per i trasporti (una media tra spesa per i trasporti pubblici e ritorni a casa con trenitalia o calcolo della benzina spesa se sei automunito). Otteniamo, così, il modico prezzo di 56.500€ [correggetemi se mi sbaglio].
  • MASTER. Se ci si accontenta di un Master in Italia si spendono circa 3-4 mila euro che sommate alle spese (viaggio, materiale didattico…), possono arrivare a 7.000€. Se poi si vuole andare all’estero, tra preparazione al livello B2 di inglese, viaggio, alloggio e retta possono andarsene anche 30’000€ (nel nostro calcolo non terremo conto delle tendenze esterofile, poiché sono alla portata di pochi).
  • CORSI SPECIALISTICI. Considero come corsi quelli erogati, nel nostro settore, dall’AIB o dall’ANAI, il cui costo varia dai 55 ai 120-130€. Un po’ per mantenersi aggiornati tra un contratto a progetto e un altro,  un po’ perché questi corsi sono indispensabili per rimanere in “tutto quel sistema in cui ci sono pochi polli e chiamano sempre te”, appena ce n’è uno siamo spinti ad iscriverci (è un riflesso incondizionato). La media di quanto si spende è difficile da calcolare, dipende dal grado di dipendenza che si crea nei confronti di questo sistema.
  • VOLONTARIATO. Non basterebbe una vita per scrivere su questo argomento! Visto che stiamo facendo i conti mi attengo ai dati oggettivi, evitando considerazioni di sorta. Per fare un calcolo dobbiamo dare un prezzo al lavoro svolto, diciamo in euro all’ora (€/h): un laureato, specializzato, magari addottorato o masterizzato alla prima, seconda o terza esperienza potrebbe guadagnare – facendo un prezzo da outlet – circa 12€/h. Quindi due anni di volontariato in un ente pubblico, a 5 ore al giorno, equivalgono a 30.000€ [anche qui correggetemi se sbaglio].

Immaginando di essere nei panni di chi mi ha scritto (e devo dire che mi calzano proprio a pennello), ho speso per la mia formazione circa 94.500€.

Ma cosa bisogna fare per lavorare in questo paese??? [ritornano i tanti punti interrogativi…]


PS: Grazie a N.M. che mi permesso di condividere la sua storia con voi.

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6 pensieri riguardo “Ma cosa bisogna fare per lavorare in questo paese???

  1. Salve
    io lavoro nel settore dal ’95, per tanti anni ho avuto la fortuna di lavorare come libera professionista, perché ancora gli enti avevano i soldi per dare incarichi, poi sono entrata in un ente come dipendente e ancora, per fortuna, ci lavoro.
    Non voglio essere disfattista, ma vedo una situazione di stallo pazzesco in Italia in questo settore.
    Consiglio a tutti, e l’avrei fatto anch’io, tempo fa, se mio marito mi avesse seguita, di investire ancora formandosi sullo studio di una lingua straniera e guardare le offerte all’estero.
    Brutto a dirsi, vero, ma almeno lì offerte di lavoro ancora ci sono…

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    1. Sarebbe bello poter raccogliere le esperienze dei colleghi e delle colleghe che sono emigrati all’estero. È una cosa che volevo fare da tempo, perciò grazie: mi hai ricordato un progetto lasciato in sospeso 🙂

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  2. Sicuramente un investimento oneroso che in molti casi non ha dato il risultato sperato…

    Bisognerebbe vedere però se già 8-10 anni fa (o 2-3 al tempo del master) non ci fossero le condizioni per capire che l’investimento non era buono e modificarlo di conseguenza (non dico di buttarsi in un determinato campo solo perché con più posti di lavoro, ma solo di modulare i propri interessi analizzando il mercato).
    Ad esempio io mi iscrissi all’università desiderando di diventare un professore di liceo. Al termine del triennio mi era chiaro che si trattava di una pessima scelta dal punto di vista delle possibilità lavorative e, favorito anche dal caso, ho deviato su altro.

    Poi si può e si deve discutere come mai non ci siano queste opportunità in un paese con la ricchezza libraria, documentaria etc come l’italia.

    Ma questi sono due piani di analisi diversi. Credo che debbano essere presi in esame entrambi

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    1. Grazie per la tua osservazione, che mi permette di affrontare anche il tema formazione in termini qualitativi e non solo economici.

      Anche io ho scelto di investire in questo settore perché reduce del precariato legato all’istruzione pubblica. Ho pensato che con la rivoluzione digitale si potevamo aprire nuove prospettive e nuovi profili professionali. Poiché, come hai evidenziato anche tu, in un paese con un patrimonio librario e artistico come il nostro non si investe nella cultura e nella sua conservazione, non ho pensato nemmeno per un secondo di poter lavorare per lo Stato! Sono entrata nel settore mirando al privato, pensando che la tendenza all’outsourcing e ai nuovi sistemi di conservazione avrebbe aperto nuove porte.

      Ma come ha evidenziato il Professor Piagliapoco nel suo intervento al Convegno “Dematerializzazione e conservazione digitale” tenuto a Teramo il 28 ottobre scorso, questi Master stanno formando personale che non riesce a lavorare nelle aziende, non perché alle aziende non servano determinati profili professionali, ma perché lo stato (l’AgID specificatamente) ha imposto dei paletti insormontabili, come l’esperienza pluriennale in un settore che è appena nato (!).

      Le Scuole di Archivistica continuano a portare avanti un programma stilato nei primi decenni del Novecento, per formare il classico archivista storico (con prospettive lavorative pari a 0) e i Master formano gli studenti a delle professioni che non sono ancora ben definite (il problema è affrontato anche dalla Guercio, che in merito al problema della formazione cita il progetto portato avanti dal DigCCurr e dal NARA- National Archives and Records Administration in America [http://www.ils.unc.edu/digccurr/], ma appunto se ne parla all’estero e in Italia?)

      Quando ho lasciato il progetto di insegnare (e non è stata una scelta facile) l’ho fatto perché mi sono resa conto che il mercato non era favorevole, non avevo alternative. Quello che vedo ora per il nostro settore è invece un grande potenziale lavorativo, che però non viene espresso perché le norme sulla nuove gestione documentale sono ancora in fase di elaborazione (solo a Gennaio sono uscite le disposizioni sul documento informatico!), è come se la partita fosse ancora da giocare. È una fase di stallo in cui le aziende non sanno cosa fare, i precari del settore non sanno che ruolo avranno in questo nuovo scenario e le PA sono nel caos più totale perché devono portare avanti una vera rivoluzione burocratica ma non hanno personale in grado di farlo.

      Credo che hai ragione, occorrerebbe un’analisi sul rapporto formazione-lavoro nel settore archivistico. Altrimenti così è come giocare d’azzardo.

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      1. Il punto è che quando termini un determinato percorso di studi, ed hai modo di entrare nel mondo del lavoro, ti appassioni a quella professione (nel mio caso di bibliotecaria), vai avanti per quella strada e cerchi di formarti e specializzarti il più possibile…..poi arrivi al punto che, il settore non ti offre più lavoro, allora sei costretto a cercare “altro”, se questo altro lo riesci a trovare….purtroppo io anni fa non ho guardato alle “esigenze del mercato”, ho inseguito solo la mia passione, che allo stato attuale non mi ha portato più da nessuna parte…..vogliamo poi parlare del tema “insegnamento”..ecco un altro tasto dolente e insormontabile, per la serie di situazioni che di anno in anno cambiano a seconda di chi ci governa..Morale della favola???dobbiamo sempre mettere mano alla tasca per formarci, ma se uno non lavora, può continuare infinitamente a spendere soldi nella formazione quando tra l’altro non può manco permetterselo????
        E la questione della gestione documentale? non ancora ben conosciuta dalla nostra cara Italia, e quando ciò avverrà chi si è già formato nel settore, lo dovrà fare nuovamente, perché si sa bisogna essere costantemente aggiornati, e nel frattempo?Ha portato solo un altro titolo di studio a casa, senza poterlo “spendere” in alcun modo….

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